Macomer, i pionieri dell’industria in Sardegna

Agli inizi del novecento, per rispondere alle richieste crescenti di formaggio pecorino romano negli USA, diversi imprenditori caseari soprattutto del Lazio e Campania, pensarono di trasferire le loro attività produttive dove più abbondante era la produzione di latte ovino: la Sardegna. Il loro ingresso causò una rivoluzione nel comparto agropastorale. E Macomer, allora piccolo borgo di 3.000 abitanti, fu il centro di tale rivoluzione. Il pastore, che prima aveva difficoltà a collocare il latte ed il formaggio, fu subito fornitore del solo latte che consegnava ai caseari, per giunta con una caparra di anticipo. Fu indotto ad affittare altri terreni per il pascolo e ad accrescere il numero delle pecore. Vennero Albano, Di Trani, Centola, Dalmasso, Ambriola. Castelli ed altri ancora. Macomer divenne subito un centro ove si parlava di affari, si insediavano le banche e crescevano tutti i servizi, talvolta con l’aiuto finanziario degli stessi caseari.

Così il numero delle pecore, che alla fine dell’800 erano circa 800mila, nei primi anni del ‘900 salì ad oltre 2milioni.

Ma la pecora non produceva solo latte, produceva anche la lana. Crebbe pertanto il lavoro ai telai delle donne, per il corredo, per i tappetti e per il tessuto orbace che veniva utilizzato per gli indumenti maschili, tra i quali il tipico “su saccu” che era il mantello che usavano i pastori per ripararsi del freddo e dal caldo, essendo la lana sarda coibentante ed impermeabilizzante. La lana subiva la follatura tramite le gualchiere, pale enormi di legno che. posse da una ruota spinta dall’acqua, battevano sul tessuto orbace. Erano numerose soprattutto a Tiana e Santu Lussurgiu. I gualchierai passavano a cavallo nei vari paesi per ritirare, casa per casa. l’orbace da gualchierare.

Nel 1933, fu così costituita la SCAI (Società Commercializzazione per l’Artigianato Italia) con sede legale in Roma- Via Lisbona n.18, che ebbe compiti soprattutto commerciali per la vendita di lana lavata e dell’orbace. La posizione centrale della cittadina, favorirono la localizzazione a Macomer, in Via Macallè (attuale Via B. Di Bagnacavallo) e Via Cavour, l’insediamento degli uffici della SCAI come centro di raccolta.

La SCAI razionalizzò la produzione dell’orbace per il mercato civile e militare, costituendo punti di raccolta delle produzioni di migliaia di artigiani diffusi in molte zone dell’isola. Inoltre una disposizione de Governo imponeva ai fascisti l’utilizzo della divisa con giacca e cintura di orbace.

Un primo successo della SCAI fu dotare di motori elettrici i martelloni della follatura. Veniva così a cessare la ricca attività delle tradizionali gualchiere e degli artigiani che le costruivano.

Fu costituita nel 1935, L’Anonima Lanaria Sarda “ALAS”, anch’essa con sede legale in Roma, che ebbe compiti industriali per il lavaggio della lana sarda e la tintura dell’orbace. Così, con l’ALAS il pastore diventava, come era successo per il latte, fornitore di lana succida, di materia prima, non prodotto finito: il sistema produttivo antico, immobile per secoli, che aveva fin qui accompagnato la lana sarda, cessava gradualmente la sua funzione: si riducevano sensibilmente il paziente lavoro casalingo delle donne nel lavare, filare la lana e cessava il possente martellio delle vecchie gualchiere mosse dai torrenti.

All’Anonima Lanaria Sarda “ALAS” spettò il compito del lavaggio della lana sarda e di ampliare le strutture produttive, introducendo nuove tecnologie, sulla base di alcuni interessanti studi compiuti sull’orbace. La società realizzò, nella primavera del 1935, un impianto in grado di lavare ogni anno almeno 10 mila quintali di lana, completo di reparti per il lavaggio, la tintura e la follatura dell’orbace, presso il quale lavorarono poco meno di 200 operai, prevalentemente donne.

L’Anonima Lanaria Sarda ALAS era però, per imprenditori coraggiosi, piccola cosa perché limitata al solo lavaggio della lana sarda ed al trattamento del tessuto orbace..

Nasceva così, il 9 febbraio 1939, il Gruppo Lanario Sardo per la valorizzazione autarchica della lana sarda.

Con il GLS il processo di industrializzazione dell’orbace raggiunse risultati fino ad allora insperati per la produzione di tessuti per civili e per lane da materasso. E così cessò definitivamente, per quanto riguardava il tessuto orbace, il processo di produzione artigianale tessile in Sardegna. L’ultimo rapporto con gli artigiani si ebbe nel 1944, con l’acquisto di filati prodotti dagli stessi.

Nel 1942 Mussolini, dopo una visita aziendale, ordinò che tutta la lana sarda venisse ammassata a Macomer. Ma, intanto, con la partecipazione della Lanerossi, si avviavano produzioni di tessuti con lane piu’ pregiate che, gradualmente, andarono a sostituire le lane sarde per produrre soffici coperte.

E’ il periodo fiorente del GLS che arriva ad occupare anche 300 dipendenti. Ma il fatto innovativo è che i dipendenti sono in gran parte di sesso femminile. Una donna in fabbrica in quel periodo e nel centro Sardegna! Ma il periodo felice dura solo fino al 1956. Una crisi finanziaria costringe Lanerossi ad abbandonare il GLS. Acquista allora il pacchetto azionario la Regione. Inizia il periodo oscuro: ogni anno il bilancio chiude in perdita, perdita che la Regione Sarda è chiamata a coprire. Il reparto attivo è il lavaggio della lana; la lana lavata viene utilizzata all’estero, soprattutto in Germania come ottimo coibentante.

Nel 1971 sorge la Tirsotex per la produzione di tessuti denim ed occupa circa 700 dipendenti. Nel 1986 finalmente la privatizzazione del GLS: sorge la Texal per la produzione del tessuto a pelo. Sorge, sempre dal GLS, la Intex, finanziaria regionale col compito di attrarre nuovi imprenditori. Con la Intex sorgono dal 1992 in poi, la Legler Siniscola, l’Eurfashion ed il Calzificio Queen, per la produzione di calze collant, che dà lavoro ad oltre 300 dipendenti.

E’ il periodo felice di Macomer.

Ma la crisi del tessile, che investe l’Italia nel 2005, con la perdita di oltre 50.000 posti di lavoro, causa la chiusura graduale di tutte le industrie tessili a Macomer.

Macomer cade perciò in un rapido processo di deindustralizzazione: vengono a mancare a Tossilo 800 posti di lavoro su 1200. Cadono anche numerosi servizi pubblici.

Nonostante ciò deve rimarcarsi che le industrie rimaste, la Forma Carni, l’Auricchio, la Profenda, la Lacesa, la MD (che subentra nei locali Tirsotex), la Sias Formaggi, l’Alimenta, godono di ottima salute ed hanno progetti di crescita con la guida di giovani dinamici e preparati.

Inoltre il fabbricato industriale Queen non è ancora occupato da nuove iniziative.

Il libro evidenzia infine che il fabbricato GLS, acquistato dal Comune nel 2007, non ha ancora realizzato il museo del tessile, che sarebbe unico in Sardegna e, coniugato con sale congressi, potrebbe consentire una ripresa della centralità di Macomer.